Taranto Diossina: davvero solo l’ILVA?

Da mesi media e opinione pubblica stanno focalizzando l’attenzione su Taranto e il caso Ilva, una delle questioni più importanti e delicate degli ultimi tempi non solo perché (potenzialmente) migliaia di persone rischiano di perdere il proprio posto di lavoro, non solo perché uno dei poli di maggiore importanza nello scenario industriale italiano rischia (potenzialmente) di essere chiuso annullando così una fetta di economia vitale nel già provato sud della Penisola in termini di industrializzazione, ma anche e soprattutto perché ci si trova di fronte ad un vero e proprio disastro ambientale che ha messo gradualmente in ginocchio la città pugliese compromettendone la qualità della vita in termini di salute.

Alla base di tutta la questione tarantina c’è la diossina e quei due altoforni che da anni intossicano e avvelenano l’intera città, provocando alla popolazione gravi patologie.

Taranto e Diossina: facciamo un po’ di chiarezza

La diossina è sostanzialmente il derivato della sintesi di alcune molecole con elevata stabilità chimica e termica e capaci di persistere per lungo tempo nell’ambiente risultando estremamente tossiche per l’uomo e gli animali. Rappresenta in sostanza un sottoprodotto (non voluto) che si forma nel corso di numerosi processi chimici e nell’utilizzazione e smaltimento del cloro.

La diossina emessa in atmosfera da questi processi industriali si deposita solo in parte nel terreno circostante all’impianto che ne determina la formazione, il resto viene trasportato dalle correnti di aria anche a grandi distanze e, avendo un lungo tempo di degradazione, le diossine prodotte possono contaminare anche il suolo e le acque entrando così nella catena alimentare terrestre e acquatica innescando un meccanismo terrificante di inquinamento e avvelenamento.

I rischi che comporta una contaminazione da diossina sono molti e gravissimi, studi epidemiologici hanno infatti evidenziato nelle zone contaminate un significativo eccesso di tumori, rischi per la riproduzione, effetti mutageni sul DNA, aumentata incidenza di aborti, malformazioni fetali, riduzione della fertilità con danno agli spermatozoi.

Le diossine sono inoltre responsabili di esercitare un effetto tossico sul sistema immunitario con effetti di depressione delle difese immunitarie; di interferire con il sistema endocrino (tiroide, sistema riproduttivo) e sono causa di effetti nocivi a livello epatico, a livello di induzione dell’endometriosi, a livello di effetti neurotossici e induzione di diabete mellito.

Argomento estremamente delicato quindi, ma sarebbe inopportuno utilizzare Ilva come capro espiatorio del caso, sì perché se è indubbia la contaminazione della zona tarantina a causa degli altoforni responsabili dell’immissione nell’aria di queste sostanze, non possiamo esimerci dal considerare che le fonti principali di diossina sono tantissime, dagli inceneritori di rifiuti urbani e ospedalieri, le fonderie dei metalli, le emissioni di industrie che producono pesticidi e altre sostanze chimiche quali il PVC, le operazioni di sbiancamento della carta ma anche, più banalmente, gli incendi, il traffico veicolare o addirittura gli impianti di riscaldamento domestico a legna.

Sarebbe quindi sbagliato additare Ilva come la causa di tutti i mali, non solo perché a contribuire all’avvelenamento della zona in questione c’è anche la raffineria Eni e non solo l’acciaieria, ma perché ovunque in Italia, in Europa, nel mondo, esistono casi di ambiente contaminato da diossina e sempre più frequenti (purtroppo) le situazioni in cui i livelli di allarme raggiungono limiti pericolosissimi provocando disastri e disagi.

Solo in Italia ad esempio si possono contare più di 60 industrie altamente inquinanti, dalla centrale Enel di Cerano (purtroppo sempre in Puglia), alle raffinerie Sarroch nel cagliaritano, al polo petrolchimico di Gela, alla raffineria di Venezia-Porto Marghera alle raffinerie di Milazzo.

Dall’esplosione della fabbrica Icmsea a Seveso, nel milanese, del 1976 quando la fuoriuscita di una nube di diossina da un impianto di triclorofenolo determinò un enorme disastro, l’evacuazione dell’intera zona ad ancora oggi se ne continuano a pagare le conseguenze, all’incidente ambientale del 1996 a Times Beach nel Missouri ad un impianto inceneritore di rifiuti, ci troviamo in continuazione a fare i conti con disagi di questo tipo. Non serve poi una memoria di ferro per ricordarsi del caso dei polli alla diossina o i numerosi casi di latte materno contaminato nel ravennate, dove i maggiori imputati sono inceneritori e industrie chimiche.

Le maggiori incriminate restano quindi, ovviamente, le industrie e, anche se negli ultimi anni è stato fatto moltissimo per mettere in sicurezza e ridurre il più possibile l’impatto terrificante di queste sostanze sull’ambiente, la strada da percorrere è ancora molto lunga. Tra protocolli e disposizioni anche a livello europeo, agenzie ambientali nate per tenere sotto controllo le fabbriche classificate come più inquinanti (ahimè in Italia sono più di 60 le industrie velenose), decine di ordinanze che vietano coltivazioni e allevamento nelle zone cosiddette a rischio i tentativi di scongiurare l’impatto disastroso dell’industria sull’ambiente sono tanti, diventa però inutile e scarsamente costruttivo puntare il dito sul caso eclatante del giorno, perché il problema evidentemente non riguarda solo Taranto, ma tutta la collettività.

Fonti e Risorse